
Duecentosedici milioni. Questo il dato con cui si apre questo numero di “WikiLEX – la rivista di ELSA Trento”. Duecentosedici milioni di persone che, a causa di un clima sempre più estremo ed imprevedibile, si vedranno costrette ad abbandonare le loro case, le loro famiglie ed i loro avere nella speranza di poter sopravvivere ad un disastro annunciato e di cui l’uomo è il principale responsabile. L’antropocene, come è stato recentemente definito, ha da un lato prodotto una ricchezza impensabile fino al secolo scorso, ma dall’altro ha creato spaccature sociali ed economiche altrettanto inimmaginabili, e lo ha fatto ad un prezzo altissimo per il nostro pianeta. Tuttavia, a pagare il conto finale non è la roccia azzurra che ci ostiniamo a chiamare “casa”, ma gli esseri viventi che la abitano. Ecco da dove nascono situazioni come quelle dei migranti, rifugiati e sfollati climatici.
Queste possono apparire come tre diverse categorie e (probabilmente) di fatto lo sono, ma vi è una difficoltà che si pone quando giunge il momento di definirli per le loro qualità specifiche ed i requisiti che debbono soddisfare per ricevere uno status degno di protezione: manca il consenso ed il desiderio politico di concedere questo stato. Come noi della redazione abbiamo avuto modo di approfondire con la Dott.ssa El Harch, i principali organi del diritto istituzionale si rifiutano (più o meno) categoricamente di fornire una definizione unica e condivisa per lo status dei migranti, rifugiati e sfollati climatici.
Probabilmente i nostri lettori e le nostre lettrici staranno già domandando a gran voce: “E l’Unione Europea?”. Di sicuro l’UE non è rimasta indifferente agli sviluppi geopolitici che attorniano il continente sul quale essa sorge; ed ecco quindi l’elaborazione di diversi progetti ed iniziative, passando dal EU Global Climate Change Allegiance Plus Initiative del 2008 fino al più recente NDICI–GE del 2021, tutti piani volti all’intraprendimento di progetti atti a contrastare il cambiamento climatico galoppante ed i suoi devastanti effetti su flora, fauna e popolazioni umane ma questo è solo un lato della medaglia: manca ancora una definizione di migrante, rifugiato o sfollato climatico. In sua assenza, nel frattempo, i Paesi Membri dell’Unione stanno attuando politiche di rimpatrio e deterrenza volte ad arginare un fenomeno che – come un fiume che è stato troppo a lungo trattenuto da argini e dighe – è impossibile arrestare.
E quindi quali sono le prospettive future? Come far fronte a questa fiumana di persone che (internamente ad uno stato o internazionalmente) sono disposte a rischiare tutto perché non hanno più niente da perdere? La risposta, come sempre, è ancora da scrivere e chissà che non siano proprio i nostri articoli a potervi fornire degli utili spunti di riflessione.
Buona lettura.